Cosa bolle in pentola...

Primavera: la raccolta delle erbe selvatiche

10/04/2022

Andare a cicorie

i löertiss

L’ altra sera, navigando in Internet, mi sono imbattuta in un tutorial che ha attirato la mia attenzione: si trattava di una serie di suggerimenti su “come, dove, quando e perché” andare in campagna a raccogliere erbe spontanee. Mi è subito venuta alla mente la mia nonna, che, senza bisogno di tutorial, praticava questa attività e coinvolgeva anche noi nipoti. Allora, negli anni ’50 del secolo scorso, soprattutto nel mondo contadino, quando arrivava la primavera, le donne usavano andare lungo i sentieri di campagna, per campi e prati alla ricerca di erbe commestibili, che erano poi usate per preparare cibi semplici, ma saporiti, che venivano messi in tavola magari accanto a una bella polenta fumante … Bastava che la nonna dicesse: “Andiamo a cicorie!?” ed io ero la prima ad accorrere. Avevamo un cesto di vimini, un sacchetto di tela, un vecchio coltello con una lama grossolana e dello spago, ai piedi gli zoccoli, adattissimi al terreno che avremmo dovuto percorrere nei dintorni del nostro villaggio. Accadeva sempre di primavera, soprattutto durante la Quaresima, il tempo liturgico in cui, per precetto, ci si atteneva a una alimentazione sobria, osservando il “magro e digiuno “del venerdì.

"di cotte e di crude"

Il tarassaco o dente di leone

Un’ erba ricercatissima era il radicchio selvatico (tarassaco o dente di leone)che noi bambini conoscevamo bene grazie ai suoi fiori di un giallo intenso che si trasformavano presto in bianche, soffici e leggerissime sfere dal lungo gambo : i soffioni, che, quasi per magia, con un leggero soffio di fiato, si trasformavano in una miriade di piumini che si libravano nell’ aria…Per la nostra raccolta, bisognava cercare quelli più giovani, con i fiori non ancora aperti, perché avevano alla base un cespo di foglie tenere e saporite dal margine dentato. La nonna col suo coltello incideva la terra leggermente e tagliava la rosetta verde e compatta, senza estrarre la radice, perché da lì sarebbe spuntata nuovamente una piantina. Il canestro era presto pieno di queste erbe che, a detta della nonna, erano meglio di qualsiasi medicina per depurare l’organismo dalle tossine dell’inverno. A casa venivano pulite dal terriccio, lavate e messe a bollire, poi scolate e strizzate e potevano essere gustate in vari modi: calde, ripassate in padella con aglio e olio o condite fredde, con olio e aceto. Le erbe che io preferivo, erano i grasèi,

che si consumavano crudi, in insalata, con le uova sode. Oggi se ne coltiva una varietà in serra e si trovano in ogni stagione nel banco-frigo dei supermercati, già puliti e confezionati in busta e il loro nome è valeriana o songino. A quei tempi la raccolta era laboriosa perché crescevano qua e là nei prati e non erano facilmente riconoscibili. Inoltre, essendo erbe più tenere, piccole e delicate, dovevano essere lavate con cura, fatte asciugare senza strizzarle, ma stese sopra un canovaccio. In una capace marmitta si ponevano delle uova sode (una a testa) affettate grossolanamente, si univano le erbe, poi con sale, olio e aceto si faceva “la consa” (il condimento) … Una leggera rimescolata ed era pronto un cibo leggero, salutare e sostanzioso: Il tuorlo sodo si ammorbidiva creando una sorta di crema saporita in cui si intingeva il pane… e noi bambini facevamo a gara a ripulire il fondo della marmitta… .

La frittata “coi löertiss"

Frittata con le erbe selvatiche

Lungo le siepi cercavamo i germogli del luppolo che, essendo un arbusto rampicante, permetteva una raccolta meno faticosa ma poiché si intrecciava e si mescolava con altre piante, era difficile da individuare e da distinguere. Io avevo imparato a riconoscerne i germogli per la forma e il colore, ma soprattutto sentendone la leggera e, nello stesso tempo, ruvida pelosità del gambo: bisognava coglierne solo la parte tenera, “alla lunghezza di una spanna”, come diceva la nonna. Io ne facevo un bel mazzetto che reggevo come un bouquet da sposa, lo legavo con un pezzo di spago e lo deponevo delicatamente nel canestro. A casa nostra si chiamavano löertìss, ma una nostra parente che aveva sposato un veneto, li chiamava “bruscàndoli” e li usava come ingrediente per un buonissimo risotto. Tornate a casa col nostro bottino, mettevamo a bollire l’acqua e intanto mondavamo le erbe una ad una, avendo cura di eliminare l’ultima parte di gambo, se al tatto fosse sembrata un po’ dura. Una volta bollite si scolavano dall’acqua, strizzandole delicatamente, si dava loro una tagliuzzata e si univano alle uova sbattute col formaggio come per una normale frittata che veniva cotta e rivoltata in un tegame di ferro e servita ancora calda, tagliata a spicchi. Qualche volta era accompagnata da una patata lessa, fumante, schiacciata con la forchetta, su cui la nonna poneva a sciogliere un piccolo pezzetto di burro… Tutti ne eravamo ghiotti!

Note

Le fotografie dell’articolo sono state scaricate dal web. Resto a disposizione qualora l’autore delle immagini desiderasse la citazione o eventualmente la rimozione.

Annamaria Previtali
Sono stata un’ insegnante, ma da molti anni esercito la professione di Guida Turistica in lingua italiana e francese. Passione e lunga esperienza mi permettono di percepire le esigenze e le aspettative sia delle scolaresche che dei gruppi di adulti e far sì che la mia Visita Guidata diventi un percorso vivificante, grazie alle sensazioni ed emozioni che Arte, Cultura, Storia sanno dare.

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