Quando gli oggetti parlano da soli
Difficile dire quanto un oggetto possa “parlare” da solo e rivelare i suoi significati più profondi: gli utensili di uso comune, di solito, non riescono a trattenere in sé le storie degli uomini e delle donne che li hanno usati. Certo, è vero anche che qualsiasi cosa per ciascuno di noi può essere evocativa di un mondo, carica di ricordi e di emozioni, ma appunto siamo noi a creare questa rete intricata di associazioni, non la cosa in sé. Poi ci sono invece oggetti particolari, che hanno un evidente significato religioso, culturale, simbolico, ma appartengono a un universo troppo lontano da noi e se non cambiamo punto di vista, se non facciamo lo sforzo di muoverci all’interno di coordinate culturali totalmente diverse dalle nostre, questi oggetti rischiano di essere descritti e interpretati secondo schemi sbagliati e quindi fraintesi in parte o del tutto.
Il tamburo doppio dei Chippewa
È il caso del noto tamburo doppio donato da una comunità del popolo dei Chippewa a Giacomo Costantino Beltrami nel 1823.

(immagini tratte da https://www.museoscienzebergamo.it/schede-mostra-beltrami/tamburo/ ; ttps://www.museoscienzebergamo.it/esposizione/etnografia/costantino-beltrami-il-sogno-di-un-nuovo-mondo/)
Non è di per sé difficile descriverne la forma, i materiali e le immagini raffigurate. Il problema vero è che senza la grammatica e la sintassi delle culture dei nativi, in particolare dei Chippewa, questo oggetto nelle migliori delle ipotesi rischia di essere classificato come “sacro” e associato genericamente ai “riti sciamanici”, mentre si sprecano le intepretazioni più suggestive sulla natura della figura dipinta: è un antenato, è un demone, è lo sciamano stesso, ecc.
Già Leonardo Vigorelli, che nel lontano 1987 ha curato per il Museo di Scienze “E. Caffi” la pubblicazione della raccolta, mette in guardia sui pregiudizi che sono stati costruiti attorno ai nativi e sono stati alimentati a lungo dalla filmografia hollywoodiana fino agli anni ’70, pregiudizi per fortuna ridimensionati anche grazie alla successiva filmografia, non solo statunitense, che, se da un lato ha definitivamente ribaltato la prospettiva suprematista dell’uomo bianco, dall’altro non ha sufficientemente indagato e valorizzato la complessità culturale delle diverse etnie autoctone del Nord America.

Una pericolosa insidia
Tuttavia, c’è ancora un’altra insidia che mina la comprensione di popoli così diversi da noi: decodificare le culture native utilizzando le coordinate ideologiche dell’uomo occidentale. Beltrami stesso è il primo nelle sue opere a scivolare in maniera grossolana e sistematica su questo terreno: infatti, se da un lato cerca di descrivere quello che vede in maniera fedele (si veda un breve resoconto di una cerimonia qui: https://www.museoscienzebergamo.it/schede-mostra-beltrami/tamburo/) e si mostra affascinato dai nativi, rispettoso del loro mondo e aperto alla scoperta di nuovi orizzonti antropologici (al punto da elaborare un primitivo dizionario di lingua Sioux), per comprendere quel mondo utilizza in continuazione la comparazione con gli usi e i costumi degli antichi romani e degli antichi greci da lui studiati negli anni di formazione giovanile a Bergamo, quando respirava l’aria di rinnovamento culturale e politico portato dalla Rivoluzione Francese e dall’ideologia illuminista.
Per svelare, allora, il significato proprio di questo tamburo doppio, bisogna provare a ricollocarlo nel suo ambiente originale. Noi sappiamo che nel 1823 Beltrami, prima di avventurarsi nell’esplorazione delle sorgenti del Mississippi, staziona per circa due mesi a Fort St. Anthony, costruito nel punto strategico in cui il St. Peter River confluisce proprio nel Mississippi, e qui il nostro entra più volte in contatto con i nativi: a ovest i Sioux e a nord le comunità dei Chippewa (noti anche come Ojibwa, termine che deriva da "nind-o-jib-i-wa" ="io segno su un oggetto"; in realtà i Chippewa/Ojibwa chiamavano sé stessi “anissina’pe” o "Anishinabe"="primi uomini" o "veri uomini"). È in questo periodo, segnato dalle continue visite a diversi accampamenti e villaggi, che Beltrami ha potuto raccogliere la maggior parte degli oggetti della sua collezione, compreso il tamburo “magico”.

L’oggetto, realizzato a partire da un’armatura di legno, ha un diametro di 41,5 cm ed è rivestito di pelle ricucita e dipinta con pigmenti rosso e nero. Così è descritta da Vigorelli:
“Su un verso figura, dentro una fascia di contorno nera che segue il perimetro del tamburo e che si allarga nella parte inferiore fino ad occuparne quasi la metà, una sagoma di demone che da essa emerge in atteggiamento aggressivo con linee di potenza/energia che emanano dalle braccia e dal capo. I tratti del viso e le braccia sono di colore rosso e della stessa tinta è contornata tutta la porzione nera. Il fondo ha il naturale colore biancastro della pelle. Questo verso del tamburo non presenta danneggiamenti, ad esclusione di un taglio riparato con cucitura in budello coeva al manufatto. L'altro verso presenta una banda di contorno di colore rosso a cui ne succede una concentrica nera che si allarga in più punti a formare un motivo a cappe, a sua volta profilata con sottile striscia di colore rosso. Al centro compare un disco solare in pittura rossa. Questo lato presenta una lacerazione ad angolo retto nella parte superiore per una lunghezza complessiva di circa 8 cm ed un foro di circa 8 mm di diametro immediatamente sulla destra di questa.” (da Vigorelli 1987, p. 65).
La descrizione, molto precisa e organica, scivola tuttavia quasi inconsapevolmente in un’interpretazione, per cui la figura sul primo lato è definita un “demone”, mentre al centro del lato opposto è indicato con certezza un “disco solare”; sembrano osservazioni quasi ovvie, ma in realtà sottendono una familiarità con immagini e simboli che sono propri del nostro mondo europeo e della nostra millenaria storia, in cui si fondono radici indoeuropee, greco-latine e semitico-cristiane, tutte lontane dal mondo dei Chippewa.
Ecco che allora servono una nuova visione e un nuovo linguaggio culturale per trovare la chiave di una più giusta decodificazione di questo tamburo doppio. Ci vengono in soccorso, allora, l’arte e l’antropologia, ma dovrete aspettare il prossimo articolo per scoprila!
Le fotografie dell’articolo sono state in parte scattate da me e in parte recuperate da pubblicazioni. Resto a disposizione qualora l’autore delle immagini desiderasse la citazione o eventualmente la rimozione.






