La provincia di Bergamo: un museo di pietra a cielo aperto
Sapete qual è uno dei più grandi tesori della provincia di Bergamo? Non è nascosto in un museo e non luccica come l’oro. È davanti a noi e sotto i nostri piedi!
I geologi dicono che la nostra provincia è una delle più ricche d’Italia dal punto di vista… delle rocce. Per noi, invece, significa una cosa molto semplice: ogni valle ha la sua pietra, ogni montagna ha il suo carattere e ogni paese ha costruito la propria storia con il materiale che la natura gli offriva.
Nelle valli e sulle cime
Il re è certamente il calcare, nato sul fondo di un mare tropicale tra 200 e 250 milioni di anni fa. Sì, avete capito bene: dove oggi vediamo le Orobie, pesci e molluschi nuotavano tra i coralli. Le loro conchiglie e i loro scheletri, lentamente compressi, si sono trasformati nella roccia che forma gran parte delle nostre montagne.

Tra le pietre più pregiate troviamo sicuramente il marmo arabescato orobico estratto nella media valle Brembana (cave di San Giovanni Bianco e Camerata Cornello). È uno dei marmi ornamentali più spettacolari d’Italia; il fondo è bianco o grigio chiaro, attraversato da eleganti venature rosa, grigie e nere che sembrano dipinte da un artista. Ogni lastra è diversa dall’altra, ed è proprio questa unicità ad averlo reso famoso in tutto il mondo. Lo troviamo in chiese, palazzi storici (andate ad ammiralo nello Spazio Viterbi all’ultimo piano del Palazzo della Provincia in via Tasso), alberghi di lusso e… nei cubi dissuasori del Sentierone in viale Roma (regalatici dal proprietario di una delle cave).
Molto conosciuto è anche il marmo di Zandobbio, dalle calde tonalità grigio-beige, utilizzato sin dall’epoca romana. Ne vediamo uno splendido impiego nella Porta di San Giacomo delle mura veneziane cittadine e nella facciata della biblioteca Angelo Mai in Piazza Vecchia.

Se il marmo era la pietra del lusso, l’arenaria era la pietra per la città e ha dato forma alla Città Alta medievale: facile da estrarre (dalle cave di Sarnico o Credaro ma anche dalla più vicina Castagneta), da scolpire e abbastanza resistente da durare nei secoli. Guardando con attenzione portali, colonne e finestre di Città Alta, si riconosce il suo tipico colore grigio-azzurro e grigio-ocra, che è diventato uno dei segni distintivi dell’architettura bergamasca (esemplari i muri di Santa Maria Maggiore e del Palazzo della Ragione).
Poi c’è l’ardesia, una roccia metamorfica che si sfalda naturalmente in lastre sottili. È impermeabile, resistente al gelo e molto elegante. Veniva usata per coprire i tetti delle baite di montagna, per realizzare pavimenti, soglie e perfino le vecchie lavagne scolastiche. Molte coperture storiche delle vallate bergamasche conservano ancora oggi le piöde in ardesia.
Il ceppo della bergamasca è stato molto usato nelle architetture cittadine di inizio ‘900, quindi nei caratteristici palazzi del nuovo Centro Piacentiniano. Lo riconoscerete sicuramente per la sua texture irregolare, con una superficie materica, essendo un conglomerato naturale di ciottoli di fiume o frammenti di dolomia cementati naturalmente da calcite. Le cave sono soprattutto quelle del lago d’Iseo (Gré e Castro) ma anche del fiume Adda o Brembo. La filiale della Banca d’Italia è davvero un mirabilissimo esempio di impiego di ben quattro tipi di ceppo!
Alzando gli occhi verso la Presolana o il monte Alben, il colore cambia completamente. Quelle pareti chiarissime sono costituite soprattutto da dolomia, simile al calcare, ma contenente anche magnesio: per questo è più chiara e assume quelle tonalità bianche e rosate che al tramonto si accendono di colori spettacolari. La Presolana, chiamata la “Regina delle Orobie, è uno degli esempi più magnifici di questa roccia.
In città
I fiumi Brembo, Serio e Adda hanno levigato per millenni milioni di ciottoli. Sono proprio questi sassi arrotondati che vediamo nelle antiche strade (il rissöl), nelle corti e nei muri (qui chiamate borlanti),

capaci di raccontare il lavoro paziente dell’acqua. E gli smolleri? Quelli non sono di casa nostra… sono quadrotti in porfido, per lo più di provenienza trentina, che pavimentano le strade di Città Alta: in roccia vulcanica durissima, naturalmente ruvida e sistemata a lisca di pesce, ci assicura buon passo anche nelle giornate piovose.

In fondo, la provincia di Bergamo è un libro scritto nella pietra. I muratori, gli scalpellini e gli artisti hanno semplicemente imparato a leggerlo. Le case medievali, le chiese romaniche, le Mura Veneziane, i palazzi rinascimentali e perfino i piccoli borghi di montagna sono il risultato di un dialogo continuo tra l’uomo e la natura. Val la pena abbassare lo sguardo ogni tanto, o alzarlo, per scrutare ciò che non abbiamo mai osservato con occhi da… geologo. Impareremo non solo la storia dei monumenti, ma anche quella delle pietre, più antiche e necessarie.
Note
Le fotografie dell’articolo sono state tutte scattate da me.






