Inaugurato nel settembre 2025, il museo diocesano è ospitato in alcune sale del palazzo medievale della città, dove risiedeva il vescovo. E’ intitolato al vescovo Adriano Bernareggi (1884-1953), che resse la diocesi dal 1936 al 1953 e fu il primo ad avvertire il pericolo che il grande patrimonio custodito negli edifici religiosi corresse il rischio di venire disperso. Non fece però in tempo a vedere realizzato il museo che desiderava, ma, a posteriori, si può dire che il suo desiderio è divenuto realtà.
L’ingresso è a lato della cappella Colleoni

dove era la curia: un corto vialetto in lieve discesa che presenta sul lato orientale alcuni blocchi lapidei di età romana: un invito esplicito a prepararsi ad un sorprendente viaggio nella storia dell’antico palazzo vescovile di Bergamo rimesso a nuovo dopo un imponente restauro. All’interno, presso la biglietteria, si notano due archi lavorati. Lo sguardo indugia nel vasto ambiente: su due archi di diversa dimensione (quello a ovest, più piccolo, rimanda alla contrada dell’Arco dove si trovava la chiesa di San Michele all’Arco), poi si scorge un piccolo canale ove ancora vi è dell’acqua (uno dei tanti che formavano l’antico acquedotto romano, poi sistemato in epoca medievale) e ancora una targa di pietra, rimasta in situ, con l’iscrizione AM (Acquedotto Magistrale) a indicare che le bestie lì non potevano sostare, per non inquinare la condotta. Su tali preesistenti strutture romane fu costruito il palazzo del vescovo, nel XII secolo, di poca o nulla importanza architettonica.
Bergamo umanista

Con la nomina a vescovo di Giovanni Barozzi (1420-1465) ecco la svolta. Barozzi è uomo dell’Umanesimo. Papa è Elia Silvio Piccolomini, Pio II, il papa di Pienza; zio di Barozzi è Pietro Balbo, patriarca di Venezia, che sarà eletto poi papa con il nome di Paolo II, successore di Piccolomini. Barozzi chiama l’architetto fiorentino Giovanni Averlino (1400-1469), detto il Filarete, attivo a Milano al tempo, e gli chiede di porre mano al duomo, al palazzo vescovile e alla piazza antistante. Filarete immagina il nuovo palazzo con una grande facciata, nella quale dovevano trovar posto elementi romani.
Progetta anche un portico ed un passaggio di raccordo verso il foro romano. Tale passaggio comprendeva forse una fontana entro un nicchione, probabilmente posta alle spalle dell’odierno battistero. Ci è rimasto uno splendido capitello in cotto, simile ad altri due conservati a Milano, a testimonianza che l’architetto era in città. Filarete resterà pochi anni a Bergamo; il vescovo Barozzi deve lasciare la città, in quanto è nominato patriarca di Venezia dallo zio Pietro Balbo, a sua volta divenuto papa, dopo la morte di Pio II Piccolomini.
Camera dell'Udienza
Si trova al primo piano ed è il luogo dove il vescovo riceveva i visitatori. L’ambiente è tornato al primitivo splendore: magnifico il soffitto ligneo quattrocentesco, poi sistemato nel Seicento, e in alto, sono gli affreschi con stemmi della famiglia Barozzi, Balbo e Piccolomini (l’allora papa regnante Pio II). Non manca lo stemma araldico della città, diviso in due sezioni giallo-oro e rosso-porpora (forse i colori delle fazioni guelfa e ghibellina) e ovviamente quello del leone della Serenissima. Successivi ambienti, forse realizzati da Polidoro Foscari, primo vescovo della città proveniente da Venezia, hanno rivelato tracce di affresco riconducibili ai primi anni del governo di Venezia della città, quando la diocesi di Bergamo fu annessa a quella di Aquileia, nonostante fosse sempre rimasta nell’orbita della diocesi ambrosiana.
Aula Picta

La grande aula medievale fu riportata alla luce per volontà del vescovo Bernareggi nel 1937 su progetto di Luigi Angelini. Ospitava le udienze pubbliche del prelato, le adunanze dei dignitari e vi si esercitava la giustizia. Il committente fu il vescovo Giovanni Bucelli da Scanzo, che vi figura in rivestito di sacri paramenti.
Le pareti della sala, interamente affrescate, raffigurano Storie di Cristo. Si tratta del ciclo meglio conservato in Lombardia riferito a questo tema e soprattutto alla data di esecuzione, fissata negli anni ’90 del XIII secolo. Si succedono temi facilmente riconoscibili quali Annunciazione (sul grande arcone centrale che funge anche da imponente sostegno alla pseudo-facciata di Santa Maria Maggiore), la Natività (la Vergine semisdraiata, Cristo raffigurato due volte, in fasce e con le levatrici immerso in una grande coppa rossa, che rimanda alla Passione), l’ Ultima Cena (Cristo ha appena pronunciato la frase Uno di voi mi tradirà, e gli Apostoli reagiscono -alcuni anche mostrando un coltello), la Lavanda dei piedi, il Cristo nel Getsemani. Gli anonimi artisti (probabilmente riferiti a due scuole) vi hanno infuso l’autentico spirito medievale, a dire la fede religiosa unita al timore di morte improvvisa.
Sul lato sud della sala vi era probabilmente una Crocifissione, seguita da una Resurrezione e Discesa al limbo. Sulla parete Ovest una successione di affreschi a tema escatologico, riguardante la vita dopo la morte. Un Cristo è ritto e benedicente entro una mandorla a stelle, mediata da due angeli oranti che sembrano capovolti: è la Parusia, il ritorno di Cristo dopo la sua morte. A lato ancora Cristo è seduto su un arcobaleno, una spada in bocca (simbolo della sacra scrittura), che presiede il giudizio finale. Sotto di lui due cassoni scoperchiati: a sinistra le anime dei beati resuscitati vanno verso il paradiso, mentre a destra i dannati sono risucchiati dall’inferno.
Sull’arcone vicino, l’arcangelo Michele, esecutore materiale del volere divino, pesa le anime, insidiato da un piccolo diavolo. La qualità degli affreschi è notevole e coinvolge altri soggetti profani, alcune dei quali suscitano meraviglia: una fenice, grande uccello rosso, che si diceva rinascesse dalle proprie ceneri; la ruota della fortuna, dove la dea fortuna, dispensatrice di felicità, era al centro della ruota che faceva incessantemente girare a chiara memoria della caducità umana.
Sotto gli affreschi cristologici si nota poi un doppio ordine di finte specchiature marmoree, con medaglioni di ornamentazione vegetale che si alternano a curiose figure: non sono Mesi, né segni zodiacali; si tratta delle cosiddette drôleries (buffonerie in francese), raffigurazioni di figure umane malformate o mostruose che avevano probabilmente una funzione di esorcizzazione.
Bifora murata
sul lato est. Di fattura posteriore al resto degli affreschi, raffigura i primi due vescovi della città, il canuto Narno e il giovane Viatore, sovrastati dal patrono cittadino Sant’Alessandro a cavallo. Lo stile volutamente arcaizzante dei soggetti li colloca in una dimensione di indiscussa autorità dottrinale, della quale il vescovo Giovanni da Scanzo (anch’egli raffigurato nell’aula) era il continuatore. Fra le ipotesi formulate circa il motivo della committenza, vi è quella di un violento tumulto fra le fazioni rivali dei Suardi e dei Colleoni scoppiato nel 1296, quando si combatté per un giorno intero. Probabilmente l’Aula riportò dei danni e al termine dei lavori di ripristino il vescovo Giovanni maturò l’idea di riaffermare la centralità del proprio ruolo tramite la commissione della decorazione dell’aula, nel più puro spirito della policromia medievale.
Sala delle Arcate

Si scende al piano di calpestio medievale. Era la stalla per i cavalli. Filarete voleva abbassare ancora la quota del pavimento, per ricavarne una cantina. Il progetto non andò in porto in quanto l’architetto viene chiamato a Roma e il vescovo Barozzi diviene patriarca di Venezia. Oggi sono visibili resti romani, con disegni a esagonelle impreziositi da tessere di mosaico bianche. Si notano anche i resti di fondazione della facciata di Santa Maria Maggiore, facciata che non è mai esistita. La chiesa nasce infatti con le due pseudo-facciate del transetto, ove sono i due portici d’entrata. La sala delle arcate è di grande suggestione; come l’attiguo museo sotto il duomo è testimonianza della complessa stratigrafia architettonica della città, in particolar modo del centro di potere episcopale nel medioevo.
Ma…. E le opere custodite nel museo? Per quello ci sarà tempo di scriverne.
Note
Le fotografie dell’articolo sono state in parte scattate da me e in parte scaricate dal web. Resto a disposizione qualora l’autore delle immagini desiderasse la citazione o eventualmente la rimozione.






