Piccoli assaggi di quello che, ahinoi, è stato scritto sui bergamaschi nei secoli
Se si ripercorrono le pagine che gli scrittori e i viaggiatori hanno dedicato a Bergamo possiamo osservare che, a fronte di un generale apprezzamento verso la bellezza dei luoghi e del paesaggio, si riscontrano invece in più occasioni impressioni piuttosto negative sui suoi abitanti, che nel tempo si sono andate consolidando.
Probabilmente molti bergamaschi ignorano il fatto che alcuni dei luoghi comuni, ancora oggi piuttosto diffusi, circa l’asprezza e l’impulsività del loro carattere hanno origine da una delle celebri Novelle di Matteo Bandello, la XXXIV, pubblicata nel 1554. Costretti ad emigrare per necessità, i bergamaschi, in particolare quelli nati nelle campagne, vengono in essa descritti come avidi, interessati unicamente al proprio tornaconto e: “sospettosi ed ombrosi più che i cavalli castrati”…“ìnvidi, ritrosi, commettitori di risse e discordie, rapportatori, maldicenti e pien sempre di nuove chimere, con mill’altri difetti e mancamenti, dei quali un solo guasterebbe ogni uomo, quantunque pieno di ogn’atra bontà”…
Un ritratto non certo lusinghiero, diciamolo pure!
Come è noto nel passato era molto frequente, soprattutto tra gli abitanti delle valli, la scelta - dettata dal bisogno - di lasciare il territorio per cercare un’occupazione come domestici o facchini in altre parti d’Italia, in particolare a Venezia. Del resto la figura di Arlecchino, famosa maschera della Commedia dell’Arte (sulle cui controverse e complesse origini non ci addentreremo in questa sede) è da secoli considerata in tutto e per tutto riconducibile all’identità bergamasca.

Sempre di emigranti bergamaschi ci parla Teofilo Folengo nel poema satirico Baldus (1517) quando si riferisce ai tanti che esercitavano il mestiere di facchino:
“I facchini son per la maggior parte bergamaschi,
non dico i bergamaschi abitanti nella città
di Bergamo, dei quali riluce la grande prudenza
ma quelli pasciuti di pane e castagne
che la montagna di Clusone manda dappertutto
nel mondo”…
”Sono uomini grassi, bassi, e grossi di sedere,
hanno petto e stomaco dappertutto folto di peli.”…
“Nessun altra gente si dà al lavoro di facchino.
I facchini provengono solo da generazioni bergamasche.”
Commercianti accorti
Un altro aspetto del popolo orobico che taluni scrittori sottolineano è la grande abilità nei commerci. Francesco Sansovino nel Ritratto delle più nobili et famose Città d’Italia (1575) riferisce: “Quanto alla mercatura l’essercitano con ogni arte, et sparagno, percioche ordinariamente son stretti et tenaci e con poca facultà ne sanno far molta. Et si danno ad ogni sorta d’utile, et per tutte le parti fanno danari. Quinci nasce che per tutta l’Italia et fuori si trovano huomini di questa città, attento che s’affaticano volentieri e sono solleciti alle faccende”.

Il dialetto non ha aiutato
Nel Va anche sottolineato che la parlata bergamasca non ha sicuramente contribuito a scardinare opinioni consolidate sulla rozzezza del popolo orobico. Già nel Trecento Fazio degli Uberti, nel suo poema Dittamondo, scrive:
“Passati il Serio, la Mella, lo Brenno
Trovammo il Bergamasco in su la costa
Che grosso parla e ha sottil lo senno.”
Molti secoli dopo Ugo Foscolo, in una missiva all’amata Antonietta Fagnani Arese scritta durante un breve soggiorno a Bergamo (2 novembre 1801), dichiara: “Delle donne bergamasche non so dirti nulla: parlano male.”
E di nuovo Antonio Borgese nella Città Sconosciuta (1929), pur descrivendo Bergamo con grande ammirazione e toni entusiastici, non manca di sottolineare l’astrusità del dialetto orobico: “Feci colazione in una mediocre trattoria della piazza alta, divertendomi ad ascoltare senza capir verbo la parlata del luogo che già conoscevo di fama come la più difficile d’Italia”.
Nel suo “Viaggio in Italia” (1957) Guido Piovene afferma: “…Bergamo alta è una delle più belle città d’Italia, ed il talento artistico dei bergamaschi è riuscito finora a preservarla quasi intatta.”…”Il gusto artistico (nel senso della conservazione di un certo colore di vita popolare dei vecchi tempi) mi sembra più vivace a Bergamo che in qualsiasi altra zona dell’Italia del Nord, eccettuate forse Verona e Udine”. Facendo poi espresso riferimento ai clichés di cui i bergamaschi sono oggetto da secoli osserva:
”I difetti e le infermità, per fortuna oggi quasi interamente scomparsi, delle vallate bergamasche, furono oggetto di dileggi, di lazzi e di caricature non soltanto nelle altre province della Lombardia, ma tra i bergamaschi stessi: il gozzo, la voce grossa, il dialetto aspro e incomprensibile. «Scemo della Val Brembana» era un’espressione corrente fino ai tempi della mia infanzia, specialmente a Milano, che guardava a quei montanari con una specie di alterigia metropolitana”… e conclude: ”Ma il popolo bergamasco, artisticamente geniale, è portato ad umorizzarsi nelle sue stesse disgrazie e deformità. Il gozzo fu motivo di poesia vernacola ed ornamento di una maschera bergamasca, Gioppino. Bergamo è una delle grandi patrie delle maschere popolari.”

Un po’ ruvidi i ma capaci di ridere di sé stessi
Non resta quindi che consolarsi del fatto che, seppur spesso presi in giro per la parlata ed i modi, i bergamaschi non hanno mai difettato di senso dell’umorismo e di una buona dose di sana autoironia.
Mi piace concludere con le parole che l’Architetto Giovanni Muzio (figlio d’arte del celebre Virginio, che tante opere importanti ha lasciato nella sua Bergamo ) ha rivolto ad un caro amico bergamasco nel 1974: “Sono sempre tornato a Bergamo e vi ritorno il più spesso possibile, non posso rimanere lontano a lungo e vi ho conservato la casa di mio padre”…”Bergamo è la città più bella d’Italia dopo Verona e le sue vicende passate e le sue memorie sono tutte permeate di una vita fervida e operosa in ogni tempo e continua tuttora, non è mai decaduta; uno spirito autoctono, originale, rude e scontroso talvolta, caratterizza e distingue la sua gente, ed è la sua fortuna. Anche il dialetto ostico la isola, è il segno di riconoscimento sicuro quando ci si incontra, ed è un legame che non si può rompere, cementa le amicizie salde e fedeli, gli affetti costanti, i propositi fieri.
Sono un esule innamorato di Bergamo e ne soffro la nostalgia.”
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